C’è un filo continuo che lega l’errore, il giudizio e l’etica, ed è un filo che parla direttamente della nostra umanità. Fin da piccoli impariamo a temere l’errore perché lo associamo alla punizione, all’esclusione, alla perdita di valore. Sbagliare non è semplicemente fare qualcosa di inesatto: diventa il segnale che non siamo all’altezza. Allo stesso modo, il giudizio viene interiorizzato come una sentenza, non come una valutazione. È qualcosa che cade dall’alto e definisce chi siamo, più che ciò che facciamo. In questo clima, errore e giudizio finiscono per essere percepiti come minacce, e non come strumenti di crescita.
Il sentimento che attraversa il lavoro di Gianrico Carofiglio, e in particolare Elogio dell'ignoranza e dell'errore, è invece profondamente diverso, e in un certo senso liberatorio. L’ignoranza non viene negata né mascherata, ma osservata con una sorta di rispetto ironico e benevolo. Non sapere, sbagliare, dubitare non sono difetti da correggere in fretta, ma condizioni strutturali dell’esperienza umana. È proprio l’ignoranza consapevole, quella che non pretende di colmare subito ogni vuoto, a mantenere viva la curiosità, lo stupore, la disponibilità a imparare. In questa prospettiva, l’errore non è una caduta morale, ma una tappa del cammino; non qualcosa da rimuovere, ma da attraversare.
Questo sguardo ha una forte risonanza etica. Ogni etica autentica nasce dal riconoscimento dei limiti: del fatto che agiamo senza avere mai una conoscenza completa delle conseguenze, che possiamo ferire anche senza volerlo, che le nostre convinzioni sono sempre parziali. Pretendere l’infallibilità, propria o altrui, significa costruire un’etica astratta, disincarnata, che non regge il contatto con la realtà. Accettare l’errore, invece, significa assumersi la responsabilità delle proprie azioni proprio perché si riconosce di poter sbagliare.
In questo quadro, anche il giudizio cambia natura. Non è più una condanna definitiva, ma un atto di discernimento. Giudicare, in senso etico, non significa stabilire chi è buono e chi è cattivo una volta per tutte, ma provare a capire se un’azione ha prodotto effetti giusti o ingiusti, se ha rispettato o meno un legame, una responsabilità, una promessa implicita verso gli altri. Il rifiuto del giudizio, così diffuso oggi, nasce spesso dal timore che ogni valutazione si trasformi in una punizione. Ma una comunità che rinuncia a giudicare rinuncia anche a orientarsi, a correggersi, a prendersi cura di sé.
Qui emerge un paradosso molto attuale: si teme il giudizio perché lo si vive come violento, ma al tempo stesso si è immersi in una cultura di giudizi rapidi, sommari, spesso feroci. È il segno di una difficoltà più profonda: non sappiamo più distinguere tra giudicare e condannare. E allora, per difenderci, neghiamo valore a ogni valutazione che ci riguarda, contestiamo il giudizio invece di discuterlo, rifiutiamo l’errore invece di comprenderlo. In questo modo, però, non diventiamo più liberi; diventiamo solo più fragili.
Il principio del dubbio ragionevole, richiamato da Carofiglio anche attraverso la sua esperienza giuridica, offre qui una lezione preziosa. Ammettere il dubbio non paralizza il giudizio, lo rende più umano. Riconoscere la possibilità di errore non indebolisce l’etica, la rende praticabile. Un giudizio che si sa fallibile è più giusto di una certezza arrogante; un errore riconosciuto è più fecondo di una verità difesa per paura.
In definitiva, accettare l’errore e accettare il giudizio significa accettare la condizione umana nella sua imperfezione. Significa separare il valore delle persone dalle loro azioni senza dissolvere la responsabilità. Significa costruire un’etica non fondata sulla paura di sbagliare, ma sulla disponibilità a correggersi. È un’etica esigente, ma anche profondamente fiduciosa: fiduciosa nel fatto che possiamo imparare dagli errori, e che i giudizi, quando sono argomentati e non punitivi, possono diventare strumenti di crescita condivisa. È, in fondo, una forma matura di rispetto per noi stessi e per gli altri.